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Linea Mercati Interview 9/2/25
September 3, 2025Venerdì verrà pubblicato il primo rapporto sul mercato del lavoro firmato da E.J. Antoni, il nuovo capo del Bureau of Labor Statistics, appena scelto da Trump per sostituire Erika McEntarfer, la responsabile dell’ente che era stata nominata da Biden un paio d’anni fa. Tra meno di due settimane la Fed potrebbe tagliare – “Finalmente!” direbbe Trump – i tassi di interesse per la prima volta quest’anno, ma potrebbe farlo più per le pressioni politiche della Casa Bianca che per le reali condizioni di mercato.
Un mese fa Trump ha licenziato Erika McEntarfer, la responsabile del Bureau of Labor Statistics (ente statistico di primaria importanza negli Usa che fornisce dati cruciali su occupazione, salari e inflazione) con l’accusa di “truccare” i numeri dei rapporti sul mercato del lavoro. Al suo posto l’amministrazione repubblicana ha nominato E.J. Antoni, ex economista della Heritage Foundation molto vicino al presidente Usa. Venerdì sarà proprio quest’ultimo, fresco di nomina, a vidimare i dati relativi alla creazione di nuovi posti di lavoro e i mercati sono molto curiosi di scoprire se ci saranno cambiamenti significativi. Secondo un sondaggio Reuters dovrebbero attestarsi a quota 75mila e saranno estremamente significativi perché gli ultimi prima del meeting della Banca Centrale Usa, che a metà settembre potrebbe decidere di tagliare il costo del denaro per la prima volta dopo un anno. Per mandato la Fed deve tenere sotto controllo l’inflazione e favorire la piena occupazione. Considerando che, proprio a causa dei dazi doganali voluti dagli Usa, prevedere con chiarezza l’andamento dell’inflazione è compito piuttosto arduo potrebbero essere proprio i dati relativi al mercato del lavoro a dare al governatore della Fed, Jerome Powell, il fiato sufficiente a poter pronunciare la parola “taglio”. Stavolta però – come commenta Peter Cardillo, capo economista di Spartan Capital Securities – la riduzione potrebbe arrivare “più per le pressioni politiche della Casa Bianca che per le reali condizioni di mercato. La Fed dovrebbe tagliare il costo del denaro di un quarto di punto percentuale, non di più. La situazione impone cautela: i dazi sono un problema per l’inflazione e non sappiamo per quanto saranno mantenuti a questi livelli”.
Giù LE MANI DALLA FED
Nel dibattito sull’indipendenza della Fed, necessaria anche a fronte dei numerosi attacchi del presidente Usa nei confronti dell’operato del governatore Powell, è entrata a gamba tesa anche Christine Lagarde. La presidente della Banca Centrale Ue nei giorni scorsi, nel corso di una intervista radiofonica, ha dichiarato: “Se Donald Trump prendesse il controllo della politica monetaria americana si porrebbe un pericolo molto serio per l’economia Usa e per quella mondiale”. La credibilità della Fed, a questo punto, è minacciata? “Sì – aggiunge Cardillo – e il mercato lo riflette in termini di volatilità e di rendimenti dei titoli di stato in aumento”. Secondo Alec Ross, professore presso la Business School di Bologna e consulente durante l’amministrazione Obama “la minaccia più grande è che un processo storicamente guidato dagli esperti rischia di diventare un processo diretto dai politici. Vale tuttavia la pena sottolineare che esiste un sostegno crescente per un maggiore consenso democratico nella funzione delle banche centrali. Le banche centrali, inclusa la Federal Reserve, hanno commesso vari errori, creando tra l’opinione pubblica americana le condizioni che permettono a Trump di portare avanti questa linea”.
IL CASO COOK
Ad aver per prima parlato e quasi gridato l’allarme dalle colonne del Financial Times sulla indipendenza della Fed è stata Janet Yellen, colei che ricoprì il ruolo di Powell prima di lui fino al 2018. La settimana scorsa il presidente Usa ha licenziato la governatrice della Fed, Lisa Cook, prima afroamericana ad entrare nel board della banca centrale nominata da Biden. L’accusa di frode ipotecaria è ancora da dimostrare, ma muovendo queste ragioni Trump ne ha chiesto le dimissioni “per giusta causa”. La Yellen ha definito il fatto non solo “illegale”, dato che il mandato di un governatore Fed è di ben 14 anni proprio allo scopo di non piegarsi alle pressioni politiche, ma anche “profondamente pericoloso – come si legge nell’articolo firmato da Yellen sul quotidiano britannico – perché appresenta un tentativo diretto di politicizzare la Fed, intimidirne la leadership e piegare la politica monetaria alla volontà del presidente. Questa azione minaccia di porre fine all’indipendenza della Federal Reserve e la credibilità della politica monetaria Usa”.
LA STRATEGIA DI TRUMP
Qual è dunque il criterio con il quale si sta muovendo Trump nei confronti delle principali istituzioni economiche? Le decisioni della Casa Bianca quali conseguenze avranno sull’economia Usa e sui mercati? “Il presidente Trump sta imponendo la propria visione e le proprie priorità su tutte le istituzioni americane. Questo riguarda non solo quelle economiche, ma anche aspetti apparentemente marginali, come il modo in cui devono essere costruiti gli edifici governativi, la collocazione dei pennoni o il tipo di sala da ballo da realizzare alla Casa Bianca. La sua è una concezione della presidenza senza confini, che invade campi che i suoi predecessori non avrebbero mai toccato”. È vero, le affermazioni e le azioni messe in campo dall’attuale amministrazione Usa in molti casi non sembrano avere precedenti, ma di attacchi e tentativi di controllo della Fed è costellata la storia politica americana, come ricorda Peter Cardillo. E non senza conseguenze. “Se la Fed si sottomettesse alle richieste della Casa Bianca non sarebbe positivo per i mercati: molte amministrazioni in passato – un esempio su tutti è quella guidata dal presidente Nixon – hanno cercato di influenzare la politica monetaria e i risultati sono stati sempre negativi perchè l’inflazione poi ha sempre rialzato la testa e si è rimasti scottati”.
In sostanza, il rischio di perdita di indipendenza delle istituzioni economiche porta inevitabilmente una crisi di fiducia verso quelle stesse istituzioni perché si insinua il dubbio che i numeri e i dati – per quanto positivi – siano segno più di forza politica che di reale forza economica.







































































































