
Linea Mercati Interview 4/9/25
April 10, 2025
VIEW Cool March CPI may be brief distraction from tariff-led inflation
April 10, 2025di Giuseppe Sarcina – Ascolta l’articolo
NEW YORK – Alla Casa Bianca avranno aperto un «call center», visto che Donald Trump si è vantato, alla sua maniera, che si sono fatti vivi, in poche ore, oltre 75 leader stranieri. Tutti disposti a baciargli il deretano, cioè a fare un grosso sacrificio, pur di raggiungere un accordo che metta fine alla guerra commerciale. Nella lista degli Stati manca la Cina, vale a dire il partner economico più importante.
A Wall Street prevale una cauta speranza. Peter Cardillo, capo economista del fondo «Spartan Capital», si aspetta ora «intense trattative» con il Canada, il Messico, l’Unione europea. E, aggiunge, «se le cose andranno bene con questi Paesi, presto o tardi si troverà il modo di negoziare anche con Pechino». Più pessimista il politologo Charles Kupchan, già consigliere di Barack Obama: «Trump segue i suoi impulsi e i suoi istinti, ma non ha una strategia. Credo l’unica ragione per cui abbia deciso questa moratoria è perché stava distruggendo la Borsa».
Code e blitz
In ogni caso la coda dei capi di Stato e di governo si sta allungando. Come procederà Trump? Se vogliamo prendere per buona la dichiarazione della sua portavoce, Karoline Leavitt, concluderà «accordi cuciti su misura con ogni singolo Paese». L’eccezione dovrebbe essere l’Unione europea. Stando alle regole dovrebbe toccare alla Commissione di Bruxelles trattare per tutti i 27 soci.
I singoli leader, come Giorgia Meloni attesa a Washington il 17 aprile, si muoveranno per promuovere una causa comune. Sarà davvero così? Il 30 marzo scorso è passato quasi inosservato il blitz nella capitale americana del presidente finlandese Alexander Stubb. Trump non aveva ancora mostrato il tabellone dei dazi, ma l’ansia dilagava già ovunque. Stubb ha cercato di posizionare al meglio la Finlandia, uno Stato della Ue, arrivando a offrire anche delle navi rompighiaccio agli Stati Uniti.
Seul e Tokyo
Al momento, comunque, la trattativa con la Ue non è ancora iniziata. La Corea del Sud, invece, si è portata molto avanti. Il presidente a interim, Han Duck-soo, ha parlato a lungo con Trump, proponendo, tra l’altro, di destinare più risorse alla protezione militare del suo Paese, oggi assicurata da un massiccio schieramento di soldati Usa. Come si vede il «grande accordo», che Trump scrive sempre in maiuscolo sul suo social «Truth», non comprende solo i commerci.
Anzi siamo di fronte a un unico tavolo dalle dimensioni indefinite, su cui planano dossier che finora sono rimasti distinti. Un altro esempio è il Giappone. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fatto sapere che il premier nipponico, Shigeru Ishiba, dopo aver conversato con Trump, ha deciso di inviare a Washington «un team» con «un pacchetto» che comprenderà un maggior acquisto di gas liquefatto americano, facilitazioni per le auto made in Usa, nonché per i prodotti agricoli.
Anche in questo caso il Giappone si impegnerà a coprire una quota dei costi per il mantenimento delle basi militari statunitensi. Il premier britannico, Keir Starmer, è sicuro di poter convincere Trump a ridurre se non ad azzerare i nuovi dazi del 10% «entro poche settimane». Certo, in nome della solida «alleanza speciale» tra i due Paesi. Ma anche mettendo sul piatto uno sostanzioso sconto fiscale per le società americane attive in Gran Bretagna. L’India, almeno per ora, resta in attesa. Il primo ministro Narendra Modi ha deciso di non rispondere alla mossa trumpiana con ulteriori prelievi alla dogana. È un segnale politico importante: a differenza della Cina, l’altra grande nazione asiatica vuole evitare una pericolosa escalation. Il governo vietnamita, invece, sabato 5 aprile ha inviato una lettera alla Casa Bianca, offrendo di abolire tutti i prelievi oggi esistenti sulle merci Usa, pur di scampare alla sentenza trumpiana. Una delle più pesanti: dazi al 46%.
Ricchezze e miserie
Ma ciò che colpisce di più è la corsa affannosa anche delle realtà più marginali del mondo. Il Bangladesh, uno degli Stati con sacche enormi di povertà, è stato colpito con un dazio del 37%. Il governo aveva chiesto una tregua di tre mesi, impegnandosi ad «aumentare in modo sostanziale» le importazioni dagli Usa. Il caso del Lesotho è il più surreale. Trump vuole punire la piccola enclave sudafricana con un prelievo 50%, di fatto sull’unico bene importato: il tessuto di cotone denim usato per confezionare i jeans, a cominciare da quelli con il marchio Levi’s. Il mondo di Trump non fa differenza tra amici e nemici, tra ricchezze e miserie. Ora, al netto di altre sorprese, si prepara a una stagione di trattative. Non è detto che tutte quante si concludano con un vantaggio per gli interessi americani. Intanto restano i danni, non solo finanziari, di questa inaudita offensiva.





































































































